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Recensione di Sogno amaranto pubblicata su Scriptamanent a cura di Rossella Giannone per La Bottega Editoriale Due anime un tormento in una dimensione tra luce e tenebre di un amore ossessione di Rossella Giannone Da Joker editore un avvincente romanzo sul suggestivo sfondo di una Londra autunnale ci racconta il trasporto e il sentimento puro

Il romanzo ci racconta un amore fatto di tormenti e illusioni, di paure e di speranze. Una storia d’amore incompiuta: così la protagonista dalla prima pagina preannuncia il suo viaggio nei meandri del suo amore-ossessione. Un monologo, un grido disperato nella speranza di ricongiungere a sé uno spirito impaurito e indurito dall’orgoglio e dall’egoismo, quello del suo uomo, la sua “anima ardente”.

L’immersione negli abissi dell’animo umano, la capacità di donare se stessi oltre ogni limite, si fa strada in un susseguirsi di luci ed ombre, di angoli accecanti e spazi oscuri, assecondando la contrapposizione luce-tenebre, bene-male che contraddistingue l’intera opera.

L’opera è, dunque, la dimensione onirica di una passione, di un amore intenso, viscerale che impregna del suo vigore ogni singola parte dell’essere e che esplode in ogni sua forma: Sogno amaranto (Joker, 118 pp., € 11,50) di Cinzia Luigia Cavallaro è incontro di anime, di pelle, di corpi, di menti; è chimica, fusione, affetto; è tormento, dolore e turbamento; è amore verso l’altro, nella sua essenza più intima e profonda. Sotto il cielo di una Londra autunnale Tra fermate metropolitane e profumi fragranti di tè e dolci inglesi: in una Londra umida e malinconica dall’autunno settembrino, si snoda la vicenda di due innamorati travolti dalla passione.

La protagonista, un’insegnante di quarant’anni, si innamora perdutamente di un attore di teatro che nota durante una delle visite guidate con la sua scolaresca. Certa che, dietro il suo aspetto burbero, glaciale ed egoista, l’uomo nasconda un’anima pura e sensibile, la donna si apre all’amore, alla devozione, all’accoglienza di quell’esistenza tormentata con l’altruismo e la dolcezza di una madre che sente il bisogno di proteggere la propria creatura, di iniziarla al mondo, di rassicurarla e tenerla stretta a sé.

La sua determinazione non verrà scalfita in alcun modo dai rifiuti, dalle umiliazioni e dalle cattiverie che l’uomo metterà in atto per allontanare da sé questa pericolosa donna, una musa che, a differenza delle altre “gallinelle” che conosciute in passato, smuove in lui una consapevolezza nuova.

Il piacere esplode, l’attrazione fisica impazza in ogni luogo: in auto, all’aperto, ma anche a casa di lui. Eppure quest’ultima, la “tana” in cui l’animale ha sinora portato le sue prede, diventa per la prima volta, non solo il nido di una passione carnale ma il luogo d’incontro di anime, spiriti, esistenze umane bisognose di calore incondizionato.

È l’amore il vero protagonista del romanzo: il suo tormento, il desiderio, la necessità impellente di esplicitarsi che prende forma attraverso pagine erotiche in cui la carnalità, gli istinti primordiali, la fisicità aprono un varco su una dimensione quasi eterea, spirituale, mistica. L’amore, quello completo, quello in cui ogni atomo si aggrega per dar corpo ad una materia di sensi, di percezioni, di sentimenti.

L’alternanza di telefonate, incontri fugaci, rifiuti, consensi, in una narrazione di monologhi interiori, missive e poesie d’amore, conduce il lettore attraverso un viaggio esistenziale, in cui la meta indiscussa è la scoperta di come l’amore possa trasformare l’uomo, di come possa spogliarlo delle proprie certezze e fargli abbassare le difese costruite nel corso di tutta una vita fino al limite delle proprie possibilità, fino alla consapevolezza di volersi dare, senza riserve, senza remore, nell’unione spirituale e corporale con l’altro. La luce di Fairy e l’ombra di Dick La storia di Fairy è quella di una donna piacente, equilibrata e determinata nell’ascoltare se stessa e nel seguire i propri sentimenti. La consapevolezza del suo amore, del cui ardore non ha paura, si trasforma in tenacia, risolutezza, quasi testardaggine: lei è certa che dietro la “maschera” dell’attore, egoista, egocentrico, venale e cattivo, si celi la fragilità di un uomo terrorizzato all’idea di darsi completamente, mettersi a nudo, scoprire le proprie fragilità e ammettere a se stesso di avere un infinito bisogno di essere amato e protetto.

Fairy è luce, è forza, è speranza, è amore, «è la parte luminosa della […] bontà ferita» di quest’uomo in cui tutti «vedevano solo tenebre». È la luce dell’altruismo, della voglia di sacrificare ogni singola parte del proprio essere ad un sentimento nobile e solenne; è una luce che vuole guarire un ego ammalato, un’anima ferita, quella di Dick, che è ombra, oscurità e che si è smarrita nella selva della paura nella quale l’unica arma per difendersi sembra essere il distacco, la freddezza e l’egoismo. Una penna espressiva e intrisa di lirismo Attraverso una prosa in cui il genere epistolare viene contaminato da elementi lirici, citazioni, parti monologate nelle quali prende forma quasi un “flusso” di turbamenti interiori, l’autrice riesce con grande efficacia ed espressività a travolgere il lettore, a stupirlo ed emozionarlo. Il romanzo è un percorso, un cammino durante il quale spesso si è costretti a fermarsi, a riflettere, a prendere fiato; è un’evoluzione, un cambiamento, una trasformazione tangibile nei continui richiami cromatici presenti nell’opera: la dimensione della luce, di colore azzurro, subisce una metamorfosi che la trasforma, la rende calda, passionale. È il colore dell’amore, del turbamento interiore che questo provoca, della vitalità che esplode nel corpo e nella mente, ma forse esso non è azzurro o amaranto, forse non c’è soltanto la luce o il buio… forse è possibile godere anche del crepuscolo. Rossella Giannone (www.bottegascriptamanent.it, anno V, n. 47, luglio 2011)

Recensione di Sogno amaranto pubblicata sul blog TheBookBox a cura di Anna Vivaldi

 

Fairy è un’insegnate quarantenne dall’animo gentile e sognatore. È innamorata di un uomo apparentemente distaccato e imperturbabile, ma lei sa perfettamente quale luce si nasconde dietro quella maschera tenebrosa con la quale lui ama mostrarsi agli altri. È talmente innamorata e talmente sicura che il suo sentimento sia ricambiato che non può accettare di essere stata scaricata. Con le sue esternazioni di affetto, risulta spesso soffocante, presuntuosa e petulante, ma ormai è determinata a portare a termine il suo obiettivo: deve riuscire a illuminare l’anima dell’uomo di cui si è innamorata, che da troppo tempo si trova segregata e schiavizzata dalla sua stessa ombra. Dick Buck ha un nome che è tutto un programma. È un attore di teatro, quarantenne, disadattato, mai cresciuto, pervertito e disturbato. Crede che reprimere i sentimenti sia necessario per mantenere la sua fama di sciupa femmine e di creatura della notte. È così che agisce perché gli piace credere di avere la situazione sempre sotto controllo, ma in realtà la sua è tutta una convinzione che lo porta a mentire a sé stesso, prima di tutto. C’è un sentimento molto semplice e primitivo che lo spaventa: l’amore! Protagoniste del romanzo sono due personalità molto diverse e opposte, tuttavia sono due anime bisognose l’una dell’altra, affini e complementari. Sogno amaranto è una storia di redenzione, di amore difficile da conquistare, un amore eterno ed etereo. La vicenda, divisa in tre parti, è narrata da entrambi i punti di vista, permettendo al lettore di entrare in contatto diretto e profondo con i due protagonisti e di conoscerli meglio. La scrittrice alterna un linguaggio poetico ed evocativo a uno più spinto ed esplicito, dimostrando grande versatilità e proprietà di espressione. La componente esplicita è molto pronunciata all’interno del romanzo; spesso infastidisce e addirittura, in certi casi, fa inorridire per la brutalità con la quale viene usata per raccontare certi avvenimenti, ma il tutto è finalizzato alla buona riuscita della caratterizzazione a tutto tondo dei due protagonisti, all’inizio un po’ stereotipati, ma che vanno a poco a poco delineandosi durante il racconto. L’amore è un sentimento universale, insito e innato nell’uomo. Sogno amaranto, è una storia che porta il lettore a giudicare i due personaggi spesso in modo negativo, ma che riesce a insegnare che tutto è concesso e lecito quando ci si trova di fronte a qualcosa di così forte e indomabile come quel sentimento tanto agognato, ma che altrettanto spaventa e scuote l’animo umano, quale è l’amore.

Recensione di Sogno amaranto pubblicata sul blog Pane e paradossi a cura di Barbara – Black Arcana

Sogno Amaranto è la cronistoria poeticizzata di un amore sensuale, oscuro, ma anche ricco di una profonda purezza salvifica.
Articolato in due movimenti principali, più un terzo finale, il romanzo di Cinzia Cavallaro colpisce per la ben calibrata potenza evocativa. L’approccio mirato a far emergere i pensieri e le voci dei due protagonisti in un’ alternanza di luce e buio, di sincerità e intime menzogne, riesce efficacemente a condurre il lettore attraverso il fatidico e inarrestabile procedere degli eventi.
In un linguaggio denso, quasi virulento per la sua esponenziale crescita lessicale ed emozionale, la Cavallaro riesce a dare ai suoi due protagonisti la concretezza delle note grevi del dolore e l’ aulica sonorità della speranza. Un romanzo originale che, descrivendo un amore spietato,erotico e assoluto affogato da quella onnipresente e disillusa quotidianità con cui tutti dobbiamo fare i conti, riesce, comunque, a farci ricordare la forza dei sentimenti .

Recensione di Sogno amaranto pubblicata su Aphorism a cura di Paolo Coiro

“Sogno amaranto” è una storia d’amore del tutto originale, ma prima di tutto profonda. Un infinito di dolcezza e di amore incondizionato verso l’altro, che è tutto nell’anima più che nel cuore. Fairy è un’insegnante semplice nell’apparire e di aspetto gradevole, Dick è un attore teatrale affermato; un personaggio sul palco così come nella vita, dove indossa la maschera dell’uomo dalle mille donne. Femmine usate e buttate via senza impegnarsi con i sentimenti, che il personaggio percepisce con superficialità, ma l’uomo – nella sua nudità di sentimenti – sente e assapora con tutto il suo spirito.
Fairy invece, palesa tutto il suo amore nel suo modo di essere e di amare senza reticenze. Una donna convinta di aver visto giusto, negli occhi di quell’uomo dall’aspetto cupo e menefreghista. In quelle pupille l’innamorata ha visto bruciare la stessa passione che lei porta con sé.
Una storia d’amore che unirà due anime gemelle in un vero paradiso di emozioni empatiche, in un vortice di amore e passione che regna in queste pagine, in questa storia londinese.
Non limitiamo queste righe a un romanzo d’amore, ma la prospettiva che più merita è uno specchio di riflessione sui sentimenti e su come le persone li mostrano agli altri, molte volte ingannando se stessi e il proprio naturale bisogno di amare ed essere amati.
Cinzia Luigia Cavallaro è una scrittrice che entra in punta di piedi, ti accompagna in un girovagare di passione, frustrazione, esaltazione, sconforto. Una vallata serena che arriva a spaccarti il cuore nel finale.

Recensione di Dies Natalis pubblicata su Galassia Arte il 13/01/2011 a cura di Andrea Mucciolo

La morte diventa poesia, purifica, rendi vivi coloro che sono stati morti in vita. Una morte che dà dolore ma poi si trasforma in pura delicatezza, si amalgama nei sentimenti dell’essere umano fino al punto che vita e morte si confondono in un abbraccio di resurrezione e pace. Questo è ciò che emerge dalle lettura di “Dies Natalis”, un’opera che immediatamente incuriosisce, fa riflettere, alle volte sorpresi, alle volte perplessi, altre ancora estasiati da parole così magistralmente attorniate di passione e di una forte trepidazione incorporea. Mentre, tuttavia, i concetti alla base dei componimenti di Cinzia Cavallaro tendono “all’impalpabile”, il messaggio si riflette come un raggio di sole su di uno specchietto. E torna a noi, in tutta la sua delicatezza e inevitabile tenera tristezza. Il calore del focolare di cinquanta o forse più anni fa rivive nel nostro ego fatto di corse che non portano a nulla, di una vita vuota, spoglia, misera, che onora la Mammona facendosi vanto di ciò. L’autrice non vuole urlare sofferenza, non desidera scioccare il lettore con parole finte e confezionate ad arte, a “industria”. Questa poetessa ha intenzione di far sì che chi legge giunga a questo in maniera autonoma, accostandosi alla pena in maniera spontanea, facendo luce all’interno di sé, semplicemente ricordando, fermandosi un attimo e centellinando una silloge che brilla di una originalità che non è sperimentalismo, ma soltanto la voce di un’anima sognatrice, acuta e spettatrice attenta di non una ma tante realtà messe insieme: Siamo pane per / i vermi / e concime per / i fiori / liquame / di dolori / e stelle / di sorrisi. Cinzia non ha paura di colpire e scolpire il foglio bianco con parole decise, inflessibili: Un languore di morte / mi scuote le vene / e sotto il tempo che preme / il cuor mi si spappola. Ciò che dà maggiormente da pensare riguardo questa raccolta è la giustapposizione di versi duri e penetranti accanto ad altri tenui e “leggeri”: pane francese fragrante / appena sfornato / profumato / tuffato nel caffelatte / e nella tranquillità / di un pallido sole / settembrino. Anche in questo caso, tuttavia, il pane diventa quasi il portatore sano di un dolore che non emerge del tutto, e che scaturisce, prende “energie” dal rimorso, da un passato che ci si rammarica d’aver perduto: Tempi di porte aperte / e fiducia / e sorrisi / e bontà perduta / e mai più ritrovata. Ecco che anche un pane “caldo e fragrante” nasconde in sé quel dolore che, come scritto all’inizio, non vuole essere “urlato”, ma semplicemente avvicinare ognuno di noi a quelli che possono essere i nostri patimenti più nascosti, reconditi oppure che riteniamo di poco conto, pur avendoci in realtà condotto verso un presente che non possiamo né vogliamo accettare, e che non ci dona felicità, se non apparente. Concludo con l’inizio di una delle poesie che meglio rappresenta il concetto esposto inizialmente in questa recensione: I fiori / ai morti / bisogna portarli / come se fossero vivi. Cinzia Luigia Cavallaro sa esplorare bene l’umanità, ma non si limita a sondare l’ovvio, né indugia nei classici assiomi legati al sentimento (spesso altamente banalizzato da tanti altri poeti) della perdita. Va oltre, e ci fa capire, alla fine, che realmente esiste qualcosa “oltre”. Nella vita, come nella morte: Ah no! / questi angeli / più non sono / dipinti astratti / ma presenze vive / della carne che passa / e ritorna / nuova. Ora ho concluso sul serio. Non potevo omettere di citare questa poesia.

Recensione di Sogno amaranto pubblicata su Libriconsigliati.it il 11/11/2010 a cura di Elena Francesca Donà

Una storia d’amore incompiuta” annuncia il prologo di Sogno amaranto. Luce e tenebra, anime e corpi, amore e morte: ogni cosa è teatro nel romanzo di Cinzia Luigia Cavallaro; le maschere indossate, reali e psicologiche, i lunghi monologhi dei protagonisti, il finale – che ovviamente non sveliamo – ma che cala sulla storia come un sipario inaspettato. Fairy è la donna-angelo: matura e materna, pronta vedere il vero volto dell’uomo di cui si innamora oltre le sue mille maschere d’attore narciso. Una donna che non ha paura di riconoscere l’amore e darsi completamente, anche a costo di soffrire. Dick è l’esatto opposto: un uomo affascinante e di successo, ma fragile e infantile, incapace di scoprire il piacere in una relazione che duri oltre il terzo giro di lenzuola: un po’ un cliché. A fare da sfondo alla storia dei due amanti c’è Londra, città in cui l’autrice ha vissuto per cinque anni, ed è una Londra malinconica, fatta di dettagli quotidiani: i colori delle foglie d’autunno, il teatro, l’appartamento di lui, le strade di periferia; le descrizioni degli ambienti sono essenziali, come gli oggetti sulla scena: un telefono, un contenitore per il cottage-pie, un vestito arancione. Le luci e le ombre sono fondamentali nella composizione: il romanzo è diviso in tre parti (Luce, Tenebre e Crepuscolo, non a caso) e le prime due presentano i monologhi di Fairy e Dick che raccontano la loro storia, ormai finita, da due angolazioni opposte. La prima illuminata a giorno, in cui ogni cosa è chiara e luminosa, nonostante il dolore; la seconda quasi folle e angosciata, avvolta in un buio che fa da specchio alla fragilità e alla solitudine di lui. Due anime che dovranno attendere il crepuscolo per incontrarsi ancora. Non è facile valutare un libro come questo. La scrittura di Cinzia Luigia Cavallaro è interessante, certamente lontana dalle mode. Antica, poetica e pornografica assieme, a tratti decisamente riuscita, a tratti non molto scorrevole. La storia è semplice ma ben orchestrata, e se il primo impatto può risultare un po’ rigido, si finisce per lasciarsi prendere per mano dai pensieri dei protagonisti fino a perdercisi. Un aspetto interessante del racconto è che tutti i sensi trovano la propria voce, attraverso i ricordi degli amanti, e l’autrice è molto brava nel calare il lettore nei momenti, permettendogli di percepire la consistenza dell’atmosfera, dal desiderio più intenso alla rabbia, dalla solitudine all’odio. Sogno amaranto, in definitiva, è una bella storia, a dispetto di qualche ingenuità stilistica. È uno di quei libri che capita di riporre non troppo convinti, per poi scoprire che i personaggi ci sono rimasti addosso e non sembrano avere molta voglia di lasciarci andare.

Elena Francesca Donà per Libri Consigliati
Recensione di Sogno amaranto pubblicata il 11/07/2010 a cura di Stefano Donno

Devo ammetterlo! Cinzia Luigia Cavallaro (traduttrice, interprete, studiosa di lingua inglese, poetessa) èuna scrittrice
che alla letteratura può dare veramente tanto, soprattutto perché è in grado di trasformare ogni singola parola, ogni singolo periodo in piccoli gioielli di eleganza, raffinatezza, e incredibile fascino. Lei è lombarda, ma questo elemento appartiene solo ad una connotazione “topografica”, forse esistenziale, ma nulla a che fare con scuole o tradizioni, dal momento che pare d’indole artistica indomita e non circoscrivibile in rigidi schemi ermeneutici . Ho avuto modo di poter apprezzare un suo lavoro dal titolo “Sogno amaranto” edito da Joker edizioni. Si sa che quando si parla di sentimento sotto qualsivoglia
punto di vista, il rischio di banalizzare, di ripetere quanto migliaia e migliaia di pagine scritte da altre centinaia di migliaia di scrittori e poeti hanno detto, è proprio dietro l’angolo. E ancora più rischiosa risulta essere una forte tendenza di una certa porzione di scrittori o sedicenti tali (ormai presente in molta produzione editoriale nel nostro paese), di inserire, quando
i romanzi parlano d’amore, scene, testi e contesti conturbanti, shokkanti o ad alto potenziale erotico, che fanno un po’ “la respirazione bocca a bocca” ad una vicenda che narratologicamente stenta a decollare. In “Sogno amaranto” la storia d’amore c’è, ma ha qualcosa di singolare, strano, morboso. Morboso come può essere l’inquietudine di due anime amanti che si cercano in perenne tensione in una dimensione ideale, ma che nella realtà sono vicendevolmente assenti, lontani, quasi entità fantasmatiche, irriconoscibili l’uno all’altra.
In “Sogno amaranto” la storia d’amore Cinzia Luigia Cavallaro la racconta ai lettori, e lo fa nel migliore dei modi, spingendo la forza lirica sino alle estreme conseguenze semantiche, divenendo quasi prosa poetica, e poi presentando come nella migliore tradizione dell’iper/realismo oggettivo (che in arte ad esempio va da Pintaldi a De Grandi per passare poi a Luigi Presicce e in letteratura comprende a mio avviso William Gibson e Don De Lillo) ogni porzione di colori, sensazioni, emozioni, azioni così come si presentano, senza falsi pudori, censure, limitazioni, e con tanto di slanci, entusiasmi, tristezze, complicità, silenzi. In questo romanzo breve, l’autrice fa parlare d’amore la protagonista che confeziona un dialogo monologante con il suo amato in un intersecarsi di storie e vicende rese magistralmente da una scrittura efficace ed espressiva che ha come tematica unica l’illusione dell’esistenza, anche quando questa sembra regalarci autentici paradisi.

Pubblicato da Stefano
Donno
Recensione di Kairos a cura di Michele Delpiano

Leggere Kairos di Cinzia Luigia Cavallaro significa conoscere una storia d’amore senza un lieto fine, soffrire, immergersi nei flutti annichilenti dell’amore. Leggere Kairos significa leggere l’amore nel suo momento di illusione, di splendore, di disillusione, di dolore. I versi sono brevi; molte composizioni sono brevi: allora breve è l’amore? allora breve è il suo splendore? Forse si. Almeno lo è per Cinzia. Si parte dall’originaria operazione di piantamento del seme dell’amore e si arriva, percorrendo sentieri tortuosi, spinosi e oscuri, alla dissoluzione, al nulla, o quasi. Infatti la stessa autrice, nell’ultima poesia della silloge, ci suggerisce: Quel poco che resta di me vaga per il mondo. Senza meta e senza te. Che cosa è quindi per Cinzia amare? Amare è frantumarsi, ridursi, annullarsi. Amore è sinonimo di abnegazione. Infatti si legge in più poesie, laddove l’illusione prende piede e si impadronisce dei versi, la volontà di perdermi in te, di sentirsi un tutt’uno con te prima ancora di essere me, le vie sono senza senso in assenza di te. Questo perché lui, colui il quale dovrebbe essere il fruitore del suo amore, colui il quale è il motivo per il quale Cinzia si auto-annulla, è il suo pane quotidiano, la sua casa (io dimoro in te). E cosi l’anima di Cinzia, senza il suo pane quotidiano, senza la sua casa, è sgretolata, annullata, dissolta. Anzi di più: Li è rimasta l’anima mia sul tavolo da cucina sopra la tovaglia bianca e blu.

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